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Martin Eden
Durante questo viaggio che mi ha riportato a casa per qualche giorno, sotto i portici di via Po, mi sono lasciato tentare da un libro. E' Martin Eden di Jack London. Una copia un po' sgualcita, già vissuta, che nelle mie mani finirà per consumarsi ancor di più. Così lascio da parte Il viaggio di un cuoco di Bourdin e finisco per trovarmi completamente immerso in questa storia, per molti versi autobiografica, la storia dell'ostinazione e della tenacia con cui Martin/Jack riesce a sollevarsi dalla miseria e dall'ignoranza per diventare l'autore più letto di inizio Novecento. E' il romanzo di un gigante che spazza via intere orde di inutili impiegatucoli della letteratura, è un ruggito così possente che lo si può sentire ancora oggi, a distanza di oltre un secolo. Ne sono rimasto impressionato, così come ero rimasto impressionato un anno fa leggendo per la prima volta Il richiamo della foresta. Al punto che mi son chiesto perchè avessi trascurato questo autore, che cosa me ne avesse tenuto lontano. Ho letto più o meno approfonditamente molti autori statunitensi, mi ci sono dedicato negli anni istintivamente, da autodidatta. Per me tutto parte da Kerouac, il resto sono passi avanti o passi indietro. Ultimamente sempre più passi indietro. Ma London in qualche modo è rimasto fuori dal mio percorso. Forse qualche anno fa lo scartavo considerandolo un autore per ragazzi, o pensavo che potesse non interessarmi leggere la storia di un cane, più di tutto mi rimaneva la vaga sensazione, il ricordo impreciso di una partecipazione, emotiva, infantile alla visione di film come Zanna Bianca. Ma di tempo né è passato, così abbandonati i pregiudizi, mi sono trovato a leggere la storia di Buck, ad identificarmi in un cane che si fa lupo per compiersi..."così la voce del sangue cominciò a pulsare in lui, a suggerirgli certe astuzie che facevano parte di un'antica eredità della specie. Naturalmente tornavano a vivere in lui la sapienza dell'istinto e certi atteggiamenti arcaici..." E Martin Eden diventa uno specchio in cui riflettersi, in questo suo bruciare indefinitamente, nell'irrequietezza che ne guida l'esistenza, nel rifiutare compromessi, nel cercare di vivere l'avventura fino in fondo con ostinazione, finchè per scelta o per destino non arrivi la quiete, il riposo. Mentre leggevo mi trovavo a ridere di me stesso, delle mie ingenuità, della goffaggine con cui affronto l'esistenza, conducendo una lotta tutta interiore, perché nell'eroismo di Martin Eden vedo anche il riflesso disincantato di Arturo Bandini la creatura di John Fante, l'autoironia dissacrante che riporta ogni cosa al suo posto. Al centro di tutto questo è il pensiero di Nietzsche a emanare una luce accecante. Le ombre che quel pensiero proietta hanno una densità inconfondibile.
Ho finito il romanzo costretto a letto dalla febbre, e mentre gli occhi mi bruciavano non riuscivo a staccarmi, Credo di aver pianto ma gli occhi mi bruciavano talmente che non sapevo più distinguere a cosa le lacrime fossero dovute .
C’è un altro personaggio che ho amato. E’ Brissenden. Martin lo conosce una sera al termine di una festa in casa Morse, la famiglia borghese che frequenta per amore della giovane Ruth. Brissenden è un uomo malato, a cui la vita ha concesso un’intelligenza straordinaria e la fortuna di nascere nel benessere economico. Il suo amore per la vita lo spinge a viverla con intensità assaporando ogni esperienza, trascurando infine le conseguenze sul fisico provato dalla tubercolosi, ha la smania di "farsi un posticino nella polvere cosmica donde era venuto". E’ lui che offrirà a Martin la serata più memorabile della sua vita conducendolo nei bassifondi di San Francisco a discutere di filosofia con un gruppo di anarchici, monisti idealisti, socialisti, gente che batte i pugni sul tavolo e condivide il pane scontrandosi sulle idee con una passione simile a quella che ha animato Martin nella sua ricerca. Per la prima volta assiste ad un dibattito tra persone che partecipano profondamente di ciò che stanno discutendo, gente che non tratta la filosofia come un argomento accademico o da salotto, ma come qualcosa di vivo, di pulsante. La "polvere vera" lì chiama Brissenden, ma immagino che the real dirt avrebbe meritato un’altra traduzione. Mentre scorrevo queste pagine mi passavano per la mente le mille discussioni appassionate, la passione bruciante dei miei interlocutori, gente semplice il più delle volte, a partire da mio padre che ha vissuto una vita da operaio mettendo avanti la dignità delle proprie idee e delle proprie azioni fino al mio giovane amico Iuvan che ha già in sé la forza dell’essenzialità, e la esprime con genialità mentre mi insegna a tornire un pezzo di argilla. A volte vorrei avere anch’io l’abilità di raccontare queste vite, dirne la bellezza, possedere il tratto leggero che non imprigioni tutto nei reticoli della mia mente, a volte desidero questo sopra ogni altra cosa. E ogni volta che ci penso mi risuonano in testa le ultime parole del replicante di Blade Runner ... e tutte queste cose andranno perdute come lacrime nella pioggia.
Ma allo stesso tempo, sono felice di essere libero di scrivere come voglio, cosa voglio, come tanti fra quelli che leggo in rete. E ho gusto nel trovare pagine ancora sporche senza la mano omologante dell’editor, pezzi di vita ancora grezzi senza le raffinatezze stucchevoli dell’ultima editoria, pagine che forse non stupiscono ma aiutano a vivere. E sono felice ogni tanto di poter dire, scrivere cose senza essere pagato per farlo, da una posizione che mi permette di sentirmi, come Arturo Bandini, il più grande scrittore del mondo, per ridere subito dopo dei viaggi spropositati di cui un ego, anche il mio, è capace. Se poi penso a quali miserie conduce la carriera dello scrittore (Margaret docet) sono doppiamente felice di poter viaggiare senza padroni nel mondo delle parole. A questo mi ha fatto pensare in genere la storia di Martin Eden e se da un lato mi ha costretto a fare un bilancio serio del tempo dedicato ai libri nella mia vita, dall’altro mi ha restituito la leggerezza degli inizi, dei primi passi impacciati nel mondo immenso della letteratura e della filosofia.
NB: qualora decideste di leggere l’edizione della BUR strappate la prefazione di Fernanda Pivano, riducetela a pezzetti e datele fuoco. Per quanto la simpatica signora possa ispirare tenerezza e affetto, per quanto sia la madrina riconosciuta di noi poveri lettori di traduzioni dei libri d’oltremare, le sue abilità prefattive non hanno mai superato il livello di un onesto tema da scuola superiore. Se poi aggiungete a questo che le prime due pagine sono un insulso, banalizzante, triste e squallido riassunto dell’intero romanzo, finale incluso, avrete forse una ragione in più per evitarla accuratamente…Buona lettura.
